19.6.16

#SampleSunday - "La nipote"

Romanzo d'amore nella serie "Quick, quick, slow - Club di Danza Lietzensee" 

Madeline Lagrange, la nipote del presidente del “Club di Danza Lietzensee”, vede il ballo liscio soltanto come uno strumento di cultura che apprende senza grande entusiasmo. Poi si imbatte nel gruppo di square dance del circolo. E si innamora  – non solo del ballo, ma anche del caller, l’americano Chris Rinehart.
Chris è affascinato da Madeline fin dal primo istante. Ma lui è l’istruttore del gruppo e lei è minorenne. Lotta contro il suo crescente affetto per lei e rinnega i propri sentimenti nei suoi confronti.
Mentre Madeline, con la caparbietà dei suoi diciassette anni, cerca di sedurre Chris, suo nonno fa di tutto per bandirlo dal circolo e per mettere zizzania tra loro


Primo capitolo:

«Avanti – avanti – a lato – chiudo...» La voce squillante di Ines Grube sovrastava la musica. Nove coppie si affannavano a seguire le indicazioni dell’istruttrice.
Madeline Lagrange sollevò le braccia contro il petto del suo compagno di ballo per aumentare la distanza. «Robert, mi stai schiacciando!»
Robert Merck increspò le labbra, ma allentò la presa. «Bene così?» La sua voce aveva un tono di scherno. «Non sapevo che fossi così fragile.»
Lei strabuzzò gli occhi. Intanto andò subito fuori tempo; Robert la afferrò di nuovo più forte.
Quando danzando passarono davanti alla porta aperta, lei lanciò un’occhiata al grande orologio sopra al bar.
Sembrava che nel frattempo si fosse fermato. L’ora non avrebbe dovuto essere quasi finita?
Il nonno sedeva al bancone e sembrava osservarla; i suoi piedi si muovevano a tempo. Anche dopo quasi vent’anni, non aveva ancora dimenticato nulla. Forse avrebbe fatto meglio a esercitarsi con lui, invece che con questo tizio irritante.
Ines spense la musica e ordinò una breve pausa.
«Mamma mia!» Madeline si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Poi si guardò i piedi. «Le mie calze nuove si saranno rovinate.»
«Ma anche perché tu metti sempre i tuoi piedi sotto ai miei.»
«Ah, allora è così!» Per caso lo trovava divertente? Lasciò Robert e andò al bar.
«La mia Madeline!» George Lagrange, con gli occhi raggianti, tese verso di lei un bicchiere di acqua minerale. «Sei di gran lunga più brava del tuo compagno. A proposito, chi è?»
Marga Fischer, che si occupava del bar oltre che dell’ufficio, allungò una mano verso il bicchiere vuoto di George per riempirlo ancora, tenendo nell’altra la bottiglia di vino rosso. «Tua nipote ha il ritmo nel sangue. Chissà da chi lo avrà ereditato?» Facendo l’occhiolino, gli versò il vino.
«Da mio figlio sicuramente no. Ha già fatto di nuovo saltare in aria mezzo laboratorio.»
Marga lo fissò esterrefatta. «No!» Rise nervosamente. «Mi stai di nuovo prendendo in giro!»
«Niente affatto. C’era ieri sul giornale.» Sulla sua fronte apparve una ruga di rabbia. «Ovviamente non me l’ha raccontato lui.» Prese il bicchiere a Marga e si voltò di nuovo verso Madeline. «Allora, chi è questo con cui balli?»
Lei alzò le spalle. «Robert Merck. Suo padre è più o meno un collega di Klaus Wächter.»
«Famiglia di poliziotti, dunque.» La ruga sulla fronte di George scomparve. Quando subito dopo Robert arrivò al bancone, diresse al ragazzo uno sguardo cordiale.
Robert si fece dare una birra da Marga. «Adesso me la sono guadagnata.»
«E con la guida, come la mettiamo?», chiese Madeline, tagliente. «Volevi accompagnarmi a casa.»
Lui arrossì fino alla punta dei capelli. Madeline nascose il suo divertimento dietro al bicchiere sollevato.
George si grattò il mento, pensieroso. «Ballerà ancora con noi, dopo il corso introduttivo?»
Lo sguardo di Robert si spostò su Madeline. «Il Club di Danza Lietzensee ha una notevole reputazione; mi piace. Penso di sì – se si trova una compagna per il gruppo di ballo?»
«Ma certamente.» George annuì soddisfatto. «Allora, al successo.» Alzò il bicchiere in direzione di Robert. «L’ho osservata poco fa.»
«E? Cosa ne pensa?» Si irrigidì. «Posso sperare di diventare perfetto, un giorno?»
«Bah!» Madeline sbuffò. «Cosa sarebbe questo? Fishing for compliments, Robert?» Non si diede la briga di nascondere il suo disprezzo.
«Oggi non sai proprio stare allo scherzo, Madeline! Non ti ho mica pestato i piedi così spesso!»
George seguì lo sguardo istintivo di Madeline verso il basso. Sul piede destro aveva una macchia di sporco vicino alla caviglia. «Ballare con i sandali non è molto furbo. Comprati delle vere scarpe da ballo.»
«A che scopo? Se ci cammino in strada una volta, poi le posso buttare via.»
«Che lavoro fa, Robert?»
«Niente di speciale.» Alzò le spalle. «Ufficio distrettuale di Reinickendorf. Ma di sicuro non per tutta la vita.» I suoi occhi scintillarono. «Una carriera come ballerino da sala... Questo sì che è da farci un pensierino.»
«Ai miei tempi ebbi davvero un notevole successo. Quattro volte tra i primi tre al campionato tedesco; idem per due volte ai campionati del mondo.» Però il nonno non aveva mai vinto; questo lo taceva sempre ai giovani. «Mio padre partecipava già agli albori del ballo in formazione prima della seconda guerra mondiale. Madeline continua la tradizione di famiglia.»
Cosa gli saltava in mente? «Nonno!» Madeline scosse la testa. «Per ottenere un posto a Medicina, so già adesso come saranno riempiti i miei giorni fino alla maturità.»
«Sei così intelligente, Madeline. Non riesco proprio a immaginare che tu possa aver bisogno di così tanto tempo per studiare.» Robert cercò di prenderle la mano. «Si ricomincia.»
«Io sto ancora finendo di bere la mia acqua.» Madeline si ritrasse da lui e lo sventolò via in direzione della sala da ballo. «Va’ pure.»
Robert, titubante, spostava lo sguardo avanti e indietro tra Madeline e la sala da ballo. Poi iniziò piano la musica: a breve Ines avrebbe ricominciato. Iniziò a muoversi, ancora esitante.
«Uff!» Madeline sospirò, quando fu fuori portata d’orecchio. «Mi. Dà. Sui. Nervi.»
«E perché mai? È davvero simpatico! E così ambizioso.»
«Non è proprio il mio tipo.»
George ridacchiò. «E chi sarebbe il tuo tipo?»
Lei guardò verso il soffitto, trasognata. «Alto, snello, con i capelli neri. Adulto.»
«Suona come se tu avessi in mente qualcuno in particolare. Ti sei invaghita di uno dei tuoi insegnanti?»
Madeline rise; non erano affari del nonno. «Allora io torno di là.»
Dopo due passi, però, si fermò. Trattenendo il respiro, fissò l’uomo che stava entrando in quel momento. Slanciato e con le spalle larghe; jeans e una t-shirt tanto stretta che sotto di essa si delineavano i movimenti dei suoi muscoli. E capelli neri, anche se un po’ troppo corti per i suoi gusti. «Wow!» Espirò lentamente. Lo aveva forse appena evocato lei?
Continuando a guardare l’uomo con la coda dell’occhio, si voltò verso Marga. «E questo chi è?»
«Chris Rinehart, il nostro caller!»
«Eh?» E cosa significava?
«Madeline!» Robert le fece un cenno brusco e con un sospiro lei si rimise in movimento.

***

Lo sguardo di Chris si incollò su Madeline, che camminava verso la sala da ballo con evidente svogliatezza. Il suo bel viso era irrigidito in una smorfia arcigna. Cosa ci faceva qui quella ragazza, se non aveva alcuna voglia di ballare?
«Buonasera, Chris!» Marga lo strappò alle sue riflessioni. «Ho provveduto alla sostituzione. Lo stereo non si poteva più riparare.»
George alzò le sopracciglia. «Sostituzione, Marga? Non è previsto nel nostro bilancio.»
«Neanche una riparazione. Ma va bene. Ho già parlato con Werner.»
La fronte di George si distese un po’. «Tu pensi sempre a tutto.»
Marga chinò rapidamente la testa sul lavandino, in cui mise i bicchieri vuoti. George bighellonò verso la sala da ballo. Chris si unì a lui e si appoggiò contro il telaio della porta.
La maggior parte delle coppie offrivano sempre una scena pietosa. E quella che allestiva Madeline con il suo compagno era più simile a un incontro di lotta che a un valzer lento. Perché non lasciava che fosse lui a condurre, come si conveniva? Era evidente che quel ballo non faceva per lei.
I loro sguardi si incrociarono; Chris non poté fare a meno di sorriderle. Lei arrossì e distolse velocemente lo sguardo. Chris non voleva guardare da un’altra parte. La ciocca rosso vino, nella sua chioma scarmigliata biondo scuro, dava un tocco audace che lo affascinava. Si confaceva alla zuffa con il compagno.
«Il corso per una sera potrebbe anche durare di più, così mostro loro qualche passo di square dance», disse a George.
George si impuntò. «Questo è un corso introduttivo di ballo liscio!» Si schiarì la gola e poi la sua voce suonò meno brusca. «Come circolo, è già abbastanza problematico organizzare un corso.»
Marga storse gli occhi; dopodiché Chris rinunciò a replicare.


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9.4.16

#SampleSunday - Il cavallo di fuoco

Il cavallo di fuoco. Romanzo fantasy

In una notte di tempesta, presso l’allevamento di cavalli del Lago d’ombra, nasce un puledro bianco. La sua nascita nel mondo dei mortali fa svanire il potere del fuoco dal Regno d’ombra e minaccia di mandare in rovina anche l’isola di Seoria.
Il «vecchio Grint» tenterà di approfittare di questo momento di debolezza per sottomettere tutto il Regno d’ombra. Moghora, sovrana di Seoria e principessa dei maghi, dovrà ora combattere in entrambi i mondi per conservare il suo potere.
Gli abitanti della fattoria e di un vigneto confinante si troveranno costretti a prendere parte alla lotta e alla fine decideranno l’esito del conflitto tra Moghora e il vecchio Grint.



On'occhiata all'inizio:

1

Silvana scese le scale a tastoni con le scarpe in mano. Attraverso le fessure della porta della cucina vide la luce accesa, segno che suo fratello era ancora chino sui libri contabili. La giovane donna aprì il pesante portone con cautela ma, appena sgusciata fuori, una raffica di vento le strappò la porta di mano facendola sbattere violentemente contro la serratura.
L’ombra di Doriano apparve alla finestra della cucina, ma non le fece cambiare idea: Silvana corse scalza attraverso il cortile.
Doriano aprì la finestra. «Silvana! Silvana, torna indietro. Cosa fai là fuori con questo tempaccio?» Si infilò l’impermeabile e si affrettò a seguirla.
Ancora non pioveva, ma già i tuoni rombavano in cielo e il vento faceva sbattere le persiane e roteare in aria i resti del fieno che al mattino avevano ammassato contro la parete del capanno degli attrezzi. Silvana corse a fissarle.
Mentre stava per raggiungere la scuderia, un fulmine si abbatté ai margini del campo di mais trasformando il vecchio pino in una torcia fiammeggiante. Dal portone della scuderia entrava un odore di bruciato che faceva fremere nervosamente i cavalli. Miklos e Waltari, i due stalloni, colpivano con gli zoccoli le pareti dei box. Sulla paglia c’era una giumenta nera che la accolse con un lieve nitrito.
Silvana cercò a tentoni una lanterna e l’accese. «Larissa, tesoro mio! Ci siamo?» Si inginocchiò e massaggiò delicatamente il grande ventre della cavalla, che sbuffava e gemeva.
Silvana le accarezzò il collo. «Sarà un bellissimo cavallino, vedrai. Tuo figlio porterà in sé il fuoco di tutti i fulmini che stanno cadendo ora. Sarà veloce come la tempesta che infuria sulla scuderia e potente come un rombo di tuono.»
Si sentì una risatina. Suo fratello era entrato inosservato nella stalla. «È una formula magica per il nuovo puledro?»
«Ah, Doriano!» Silvana si alzò e prese la lanterna per illuminargli il percorso.
«Con questa luce i tuoi ricci scomposti sembrano quelli di una piccola strega.» «O di un elfo» aggiunse sollevando le sopracciglia. «Come facevi a sapere che Larissa stava per partorire? È troppo presto!»
«Ha bisogno di aiuto.» Silvana appoggiò la mano sulla testa della giumenta per calmarla.
«Anche noi. Per salvare l’allevamento avremmo bisogno di un cavallo con il diavolo in corpo.»


Finalmente, verso l’alba, un puledro fece il suo ingresso nel mondo barcollando sulle lunghe zampe.
«Un albino» esclamò Doriano perplesso.
«Ma no, non vedi che ha gli occhi neri?» Silvana diede un buffetto alla giumenta, aggiungendo con una strizzatina d’occhio: «Larissa, con chi ci hai tradito?»
«Forse è davvero il cavallo magico che abbiamo desiderato.» Doriano si sedette sulla paglia e le abbracciò entrambe.
Quando uscirono dalla stalla vennero di nuovo strattonati dalla tempesta, che era ancora nel pieno della sua furia, pur non sembrando più così minacciosa alla luce del nuovo giorno. Sorridendo alzarono il viso verso il cielo esponendolo alle poche gocce di pioggia e saltellarono tra le pozzanghere formatesi durante la notte.
In quel momento cadde di nuovo un fulmine e dal tetto della casa si alzarono subito delle fiamme.
I due ragazzi rimasero come paralizzati.
«Andiamo a spegnerlo, forse facciamo ancora in tempo» gridò Doriano contro il fischio della tempesta afferrandole la mano.
Silvana si staccò dalla sua presa. «No, prima i cavalli! Dobbiamo farli uscire prima che il fuoco si propaghi alle scuderie!» Tornò indietro di corsa senza prestargli attenzione.
Il vento soffiava già ondate di fumo verso la stalla. Gli animali sentivano l’odore del fuoco e nitrivano spaventati.
Silvana fece uscire per primi i due stalloni tenendoli per la criniera e parlando con voce rassicurante. Mentre usciva, aprì le porte degli altri box, ad eccezione di quello di Larissa e del suo puledrino. I cavalli la seguirono senza opporre resistenza.
Nel frattempo Doriano corse al pozzo, riempì due secchi d’acqua e si affrettò a raggiungere la soffitta. Dal lato del cortile bruciava già uno dei pilastri di supporto del tetto. L’acqua non era sufficiente a spegnere l’incendio.
Si precipitò verso uno dei cassettoni facendo cadere tre sedie impilate e da una cassapanca estrasse in fretta vecchie coperte e vestiti. Provò freneticamente a soffocare il fuoco con la stoffa, ma riuscì solo a fare schizzare in giro le scintille. Le fiamme cominciarono a lambire le travi del tetto. Il vento attizzava il fuoco spingendolo verso di lui.
Corse nuovamente in cortile a riempire i secchi e, di ritorno in soffitta, gettò con tutta la forza l’acqua contro le travi, ma il fuoco continuava a divorarle. Scese le scale di corsa, ormai scoraggiato, gettando, prima di uscire, i secchi in cucina. Da solo non ce la poteva fare.
Silvana era tornata nella stalla. «Larissa, dobbiamo portare te e il tuo puledro al pascolo. Ce la fai?» Mise una coperta sulla giumenta continuando a parlarle con dolcezza. Larissa era ancora debole, ma la seguì subito, come se capisse la gravità della situazione. Dolcemente spinse in avanti il puledro, che traballava sulle gambe sottili. Molto lentamente, affinché il puledro potesse seguirle, Silvana li portò fuori dalla stalla.
Mentre si dirigeva verso il pascolo recintato arrivò Doriano. «Silvana, perché non mi aiuti? Non ce la faccio a spegnere il fuoco da solo! Perderemo tutto.» Lacrime di rabbia gli scorrevano sul volto.
«Non finché abbiamo i cavalli!» esclamò Silvana infastidita. «Invece di sforzarti invano là sopra, avresti dovuto cercare il modo di proteggere le scuderie.»
«Perché, vuoi dormire nella stalla da ora?»
Con uno schianto assordante un altro fulmine si abbatté su un vecchio capanno che si trovava in fondo ai campi ...


Il cavallo di fuoco. Romanzo fantasy di Sabine Abel, Monique Lhor, Annemarie Nikolaus.

Tascabile: Amazon e Rizzoli
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13.5.15

#SampleSunday "Zurück aufs Parkett"

Tanzroman aus der Reihe " Quick, quick, slow - Tanzclub Lietzensee"

 Nach einem schweren Autounfall hat Friederike Lagrange den Turniertanz aufgeben müssen und stattdessen Karriere als Hochschullehrerin gemacht. Nun wagt sie sich zusammen mit einem Kollegen wieder aufs Parkett. Aber als sie mit dem Tanzclub Lietzensee einen Film über Tänze des Barocks plant, will auch ihr Mann wieder mit ihr tanzen. Kann sie ihr Dilemma lösen, ohne einen von beiden zu kränken?


1

Entgeistert blickte Friederike Lagrange ihrer Enkelin hinterher: Madeline hatte sich ihre balinesische Maske unter den Arm geklemmt und damit den Faschingsball anscheinend für beendet erklärt.
George Lagrange fasste nach Friederikes Hand. „Keine Sorge, sie kommt gleich wieder.“ Er beugte sich zu ihrem Ohr, um sich gegen die wieder einsetzende Musik zu behaupten. Die Combo hatte den Klavierspieler abgelöst und nun wurde es laut. Ein Ball im Tanzclub Lietzensee war nicht zum Unterhalten gedacht. „In ihren ewigen Sandalen kommt sie bei dem Schnee nicht weit.“
„Da kennst du Madeline aber schlecht, Schorsch.“ Außerdem trug Madeline Stiefel zu ihrem Piratenkostüm.
Robert Merck, einstiger Tanzpartner von Madeline, setzte sich zu ihnen an den Tisch; auf den Platz, auf dem Madeline eben noch gesessen hatte. „Wirklich schade. Mit diesem ausländischen Ringelreigen verschwendet eure Enkelin ihre Begabung.“
Irritiert hob Friederike die Augenbrauen. „Die Square Dance-Gruppe bringt dem Verein immer wieder gutes Geld.“
„Robert, mir scheint, mit uns verschwendest du deine Zeit. Bist du nicht zum Tanzen hergekommen?“
„Ich habe auf Madeline gesetzt.“ Er grinste George an. „Ich will doch nicht den Verein wechseln. Aber ich habe noch keine feste Partnerin gefunden.“
„Dann solltest du jetzt erst recht tanzen“, sagte George. „Der beste Weg, eine neue Partnerin zu finden.“
Roberts Blick ging durch den Saal. „Ich will mich mit niemandem anlegen, indem ich mich zum Konkurrenten aufschwinge.“ Sein Blick blieb an Friederike hängen. Er seufzte. „Morgen würde ich auch kaum eine wiedererkennen.“
Was war das denn für ein Argument? Unwillkürlich schüttelte sie den Kopf.
George schüttelte ebenfalls den Kopf. „Darum solltest du dir keine Gedanken machen. Eine, die mit ihrem Partner zufrieden ist, wird ihn sicher nicht verlassen.“ Er drückte Friederikes Hand. „Ist ein bisschen wie verheiratet sein.“
„Ja, wenn das so ist ...“ Roberts Lächeln bekam plötzlich etwas Schalkhaftes. „Dann bist du mir sicher nicht gram, Schorsch.“ Er stand auf und verneigte sich formvollendet vor Friederike. „Darf ich zum Kriegstanz bitten, schöne Squaw?“
Sie lachte. Robert war amüsant; schade, dass Madeline nicht mit ihm ausgekommen war.
„Meine Frau tanzt nicht!“ George klang abweisend, hart.
Robert schnappte überrascht nach Luft. „Ist das wahr?“
„Ich möchte wirklich gerne tanzen. Aber das ...“ Friederike wies zur Tanzfläche, wo sich die Paare an einer heißen Samba abarbeiteten. „Das ist zu ermüdend für mich.“
Einen Augenblick schien Robert betroffen, aber dann streckte er mit einem Lächeln die Hand aus. „Dann warten wir auf einen der Langsamen Walzer. Hast du nicht auch eine Tanzkarte? Ich trage mich ein, wenn George noch etwas freigelassen hat.“
Jetzt war es an George, betroffen zu schauen. Er räusperte sich, aber bevor er etwas sagen konnte, schob Friederike Robert ihre Tanzkarte über den Tisch.
Er langte nach dem Bleistift, den Madeline liegen gelassen hatte, und schlug die Karte auf. „Die ist ja noch ganz leer!“ Er grinste George an. „Du dachtest, du hast keinen Konkurrenten?“
„Friederike tanzt überhaupt nicht mehr.“
Sie begann, sich über George zu ärgern. „Es ist ein guter Abend, wieder anzufangen. Robert ist gewiss ein rücksichtsvoller Tänzer.“ Madeline hatte allerdings etwas ganz Anderes über ihn erzählt. Weswegen sie auch nicht mehr mit ihm getanzt hatte. Aber bestimmt konnte er auch anders, wenn es nicht darauf ankam. Und von ihr wollte er nichts, falls er nicht zufällig eine neue Großmutter brauchte.
George schien sich aufplustern zu wollen. Da trat sie ihm unter dem Tisch gegen das Schienbein, damit er den Mund hielt. „Ich würde mich freuen, heute Abend zwei so wunderbare Tanzpartner wie euch zu haben.“ Sie deutete in ihrer Tanzkarte auf zwei Langsame Walzer und einen Slowfox. „Trag dich hier ein, Robert.“
Er sah zu George, aber der brachte es fertig, unbewegt zu blicken. Also trug Robert sich dort ein. Dann gab er die Karte an George und hielt ihm den Bleistift hin.
Mehr als zögerlich nahm ihm George beides ab und studierte dann die Karte, halblaut mit einem Fragezeichen in der Stimme die einzelnen Tänze murmelnd. Bei der ersten Rumba sah er auf. „Die Rumba war immer dein Lieblingstanz. Aber das wird gewiss zu anstrengend für dich.“
„Zu anstrengend? Eine einfache Rumba?“ Robert sah ungläubig von George zu ihr. „Wir haben Karneval, nicht den ersten April.“
„Ich hatte einen schweren Autounfall, Robert. Es hat viele Jahre gedauert, bis ich überhaupt wieder laufen konnte.“
Georges Gesicht verschloss sich immer mehr. „Und wenn Friederike sich überanstrengt, hinkt sie noch immer.“
„Das tut mir sehr leid.“ In Roberts Stimme klang aufrichtige Betroffenheit; so übel war dieser junge Mann also wirklich nicht. „Ich werde gewiss aufpassen, dass ich dich nicht überanstrenge.“ Er legte zwei Finger auf ihre Hand. „Aber willst du wirklich mit mir tanzen?“
Hatte sie das nicht deutlich genug gesagt? „Wenn ich es nicht versuche, finde ich nicht heraus, ob ich es wieder kann.“ Sie blickte George an. „Es wäre wunderbar, wenn wir wieder tanzen könnten wie früher.“ Vielleicht bekämen sie dann noch mehr von den alten Zeiten zurück; nicht nur das Tanzen.
„Nun ja. Ein paar Schritte ...“ George setzte den Bleistift bei der Rumba an. „Aber es mag dich um den letzten Tanz berauben, Robert. Ich bezweifle, dass Friederike so lange durchhält.“ Er runzelte die Stirn. „Du sagst es sofort, wenn dein Bein zu schmerzen beginnt, nicht wahr?“
Sie nickte. Aber das würde sie unter Garantie nicht tun. Sie war keine, die beim ersten Zipperlein die Flinte ins Korn warf. Andernfalls würde sie noch immer im Rollstuhl sitzen. Dass ihm das nicht klar war – Männer!
Als dann die ersten Takte des Langsamen Walzers erklangen, stand Robert auf und schob den Säbel in seiner Schärpe zur Seite. „Bist du bereit, Friederike?“
Und wie sie bereit war! Die Mokassins waren flach und schmiegten sich weich an ihre Füße. Sie bewegte sich darin, als liefe sie auf Wolken.
Robert führte sie mit sanftem Druck in den Grundschritt; mit seinem Mund war er dicht an ihrem Ohr. „Wir wollen uns nicht blamieren, gell? Sag mir, was du dich zu tanzen traust.“
Sie schloss halb die Augen, ließ sich zwei Takte lang von der Musik und von Robert führen. „Ich glaube, mit dir bringe ich alle Schritte fertig.“
Er lachte leise. „Ich habe nicht vermutet, dass du etwas vergessen hast. Aber wenn ich dich mit dem ersten Tanz schon ermüde, muss ich auf die beiden anderen verzichten.“
„Ich sag es dir, wenn es mir zu viel wird.“ Diese Erklärung brachte ihr einen mehr als skeptischen Blick ein. Er hatte also gemerkt, dass sie George vorhin belogen hatte. Sie lächelte ihn an. „Wirklich!“
Sie waren an der ersten Ecke des Saals angekommen und er führte sie in eine Drehung, beobachtete dabei den Ausdruck ihres Gesichts. Was er sah, beruhigte ihn wohl, denn sein Griff wurde ein wenig lockerer. Er entspannte sich und drehte sie gleich noch einmal.
Friederike schloss einen Moment die Augen. „Bis eben habe ich nicht gewusst, wie sehr ich das wirklich vermisst habe.“
„Und du hattest recht, es zu versuchen. Du bist geschmeidig wie ein junges Mädchen.“ Er grinste breit. „Aber viel folgsamer.“
Ob er Madeline damit meinte? Madeline hatte ihm zu Beginn des Abends fast die Augen ausgekratzt. Unwillkürlich lachte sie auf. „Manchmal lohnt es sich, folgsam zu sein.“ Für einmal verstand sie ihre Enkelin nicht. Mit ihrer Biestigkeit hatte sie nichts erreicht als sich selber diesen Abend zu verderben.
Robert wurde mutiger und tanzte eine lange Passage mit ihr, die ihr eine schnellere Schrittfolge abverlangte. „Bravo!“, flüsterte er ihr ins Ohr, versteifte sich dann aber plötzlich, die Augen geweitet.
Sie wandte den Kopf regelwidrig zur Seite, um zu sehen, wohin er schaute. Sie traf Georges Blick, der ihnen anscheinend mit zusammengekniffenen Augen folgte. In der nächsten Drehung hob sie ihre Hand halb von Roberts Oberarm, um ihm zuzuwinken.
Als der Tanz zu Ende war, seufzte sie zufrieden.
„Erleichtert?“ Robert legte ihre Hand in seine Armbeuge, um sie an den Tisch zurückzuführen.
„Ja. Aber anders als du vielleicht denkst: Ich bin froh, dass ich mich getraut habe.“
„Du scheinst sehr gut zu wissen, was du dir zumuten kannst. Ich weiß gar nicht, warum Schorsch sich solche Sorgen macht!“
Nun musste sie ihn aber doch verteidigen. „Er hat viel mitgemacht während meiner Rehabilitation. Es gab ein paar Rückschläge. Anfangs. Da wusste ich eben noch nicht, was ich mir zumuten kann und was noch nicht geht.“
„Und darum packt er dich jetzt in Watte.“
Dass sie am Tisch ankamen, enthob sie einer Antwort.
George streckte die Hand nach ihr aus und hinderte sie daran, sich sofort hinzusetzen. „Alles in Ordnung?“ Er langte an ihren Hals. „Du bist schweißgebadet.“
„Das war ich vor dem Tanz auch schon. Mein Kostüm ist zu schwer für hier. Die haben den Saal für die Halbnackten geheizt.“
George sprang sofort auf das Ablenkungsmanöver an. „Dass die Latein-Tänzerinnen immer halbnackt sind, solltest du noch wissen. Oder?“
„Sicher. Und wir waren auch immer dankbar für angemessen warme Räume.“ Sie zuckte die Achseln. „Ich beklage mich nicht. Ich habe dir nur erklärt, warum ich schwitze.“
Er ließ sie endlich los und sie setzte sich hin; mehr als froh, dass sie nun ihr Bein entlasten konnte. Sie griff nach ihrem Weinglas und schob dabei absichtlich die Tanzkarte vom Tisch. Beim Aufheben wollte sie unauffällig schauen, wie lange sie sich ausruhen konnte. Aber Robert war aufmerksam und schneller als sie. Er legte die Karte vor sie hin, noch bevor sie ihr Glas wieder abgesetzt hatte. Aber er schlug sie auf und warf einen Blick darauf. Hatte er sie etwa schon wieder durchschaut oder wollte er einfach selber wissen, wann der nächste Tanz für sie kam?
Vorsichtig bewegte sie unter dem Tisch das Bein. Wenn sie den Oberschenkel ein wenig massieren könnte, dann würde der ziehende Schmerz darin gewiss aufhören. Aber sie wagte nicht, mit der Hand unter den Tisch zu gehen; George würde es merken und wissen, was es bedeutete. Und ihr eine Szene machen.
Drei Tänze später kam der nächste Langsame Walzer. Nach zwei Drehungen wurde der Schmerz in ihrem Bein ausgeprägter. Getreu ihrem Versprechen neigte sie ihren Kopf näher zu Robert und flüsterte: „Das machen wir jetzt besser etwas weniger schwungvoll.“
„Ich habe dein Zögern schon bemerkt.“ Mit zwei Fingern streichelte er kurz und gerade spürbar ihren Rücken. „Ich bin froh, dass du es mir tatsächlich sagst.“
Sie lachte vergnügt. „Aber natürlich. Ich will doch nicht den Slowfox aufs Spiel setzen.“
„Oder die Rumba mit Schorsch.“ Daran hatte sie tatsächlich jetzt gar nicht gedacht. Da sie nichts dazu sagte, fuhr er fort. „Wie lange ist es her, seit du das letzte Mal mit deinem Mann getanzt hast?“
„Oh!“ Sie zählte in Gedanken die Jahre seit dem Unfall nach. „Eine Ewigkeit. Das war in einem anderen Leben. “
„Ihr habt bis zu deinem Unfall Turniere getanzt?“
„Wir haben praktisch nichts anderes gemacht. Außer der Arbeit natürlich.“
„Dann war das wirklich ein anderes Leben!“ Sein Blick ging zu George. „Ich vermute, er hat danach statt des Trainings die Vorstandsarbeit gemacht.“ Er sah sie aufmerksam an. „Und du? Worin hast du stattdessen Zufriedenheit gefunden?“ Warum nur hatte er im Umgang mit Madeline nicht so viel Einfühlungsvermögen gezeigt? Sie staunte immer mehr über ihn.
„Ich habe zwei Bücher über lokale Tänze im Mittelalter veröffentlicht.“
Robert verlor den Takt. „Du bist Journalistin oder so was?“
Sie lachte. „Nein, viel schlimmer. Historikerin. Ich habe eine Professur an der Freien Universität.“
Robert schluckte, sichtlich beeindruckt. Für einen Moment verloren seine Bewegungen ihre Leichtigkeit, aber dann fing er sich wieder.
Sie sagte ihm wohl besser nicht, dass sie die erste Frau überhaupt gewesen war, die eine C 4-Professur in Geschichte bekommen hatte. „Die Forschung hat mich gerettet. Wenigstens das konnte ich immer tun: lesen und Bücher schreiben.“
Er sah ein wenig versonnen aus.. „Man braucht ein Hobby, damit der Alltag nicht so grau ist. Mir bringt das Tanzen die notwendige Abwechslung.“
Sie lachte. „Also habe ich doppelt Glück gehabt. Mein Hobby ist zugleich mein Beruf. In gewisser Weise.“
Dann war auch dieser Langsame Walzer zu Ende. Die Unterhaltung währenddessen hatte sie so gründlich abgelenkt, dass sie sich der Anstrengung gar nicht bewusst gewesen war. Aber nun war sie dankbar, dass er sie unterhakte, als er sie zurück zum Tisch begleitete. Indem sie sich auf seinen Arm stützte, konnte sie ihr Bein entlasten, ohne sichtbar zu hinken. Hoffentlich. Der kritische Blick, mit dem George ihr entgegensah, zeigte nicht nur Sorge, sondern auch offene Missbilligung.
Mit einem strahlenden Lächeln für ihn schlug sie ihre Tanzkarte auf. „Den nächsten Tanz tanze ich mit dir.“ Vor dieser Rumba gab es fünf andere Tänze. Das sollte reichen, um ihr schmerzendes Bein auszuruhen. Sie hängte sich ihre Handtasche über die Schulter. „Ich geh mich restaurieren, damit ich dir keine Schande mache.“ Nach einem Kuss auf seine Wange ging sie mit langsamen Schritten zum Ausgang des Saals. Fünf Minuten Massage für ihren Oberschenkel fern von Georges wachsamen Augen; das war es, was sie jetzt brauchte.
Die Tür zum kleinen Saal ging auf und für einen Moment dröhnte ihr Disko-Musik in die Ohren. Das Licht dort drin flimmerte. Marga Fischer, die eigentlich nur Bürohilfe war, hatte wieder einmal keine Mühe gescheut. Aber wie hatte sie es geschafft, ein Stroboskop aufzutreiben? Der Tanzclub Lietzensee wäre nicht, was er war, gäbe es nicht sie. Sogar George nannte sie den guten Geist des Vereins; und das wollte etwas heißen. Wo er kaum eine Gelegenheit ausließ, sich selber den ganzen Verdienst zuzuschreiben.
Statt sich in die Umkleide zu verkriechen, um ihr Bein zu massieren, könnte sie sich eigentlich auch zu Marga setzen und mit ihr plaudern. Ein Barhocker war ebenso gut.
Friederike wandte sich der Bar zu. Ihre Augen weiteten schockiert. Madeline war überhaupt nicht nach Hause gegangen!
Sie hatte das Mädchen in ihrem Bett gewähnt. Stattdessen saß es vor der Bar auf dem Fußboden, den Kopf in der Schulter eines gut aussehenden Mannes vergraben.
„Madeline!“
Madeline hob den Kopf und blinzelte überrascht. Die Wimperntusche war zerlaufen und ihre Augen waren unübersehbar vom Weinen gerötet.
„Großmama.“ Ein Lächeln breitete sich auf ihrem Gesicht aus.
Schock und Empörung stritten in Friederike. Sie musterte den Mann. „Was tust du da? Warum hast du geweint?“ Sie brauchte noch einen Augenblick länger, dann erkannte sie ihn endlich: Chris Rinehart, der Caller der Square Dancer.
„Ich habe nicht geweint.“ Ihre Stimme schwankte; war sie etwa betrunken? Madeline blickte auf Chris. „Jedenfalls nicht wirklich.“
Er half ihr auf die Beine und stand dabei ebenfalls auf. Madeline hing an ihm wie ein nasser Sack. Sein Gesicht leuchtete genauso wie das von Madeline. Hieß das, die beiden hatten endlich vernünftig miteinander geredet?
Friederike ging auf sie zu. Am liebsten hätte sie Madeline in die Arme genommen, aber das Mädchen hatte jetzt offensichtlich einen besseren Halt.
„Hinnerk hat mich ... mich reingelegt.“ Madelines Stimme kiekste, bevor der Rest ihrer Worte von einem heftigen Schluckauf abgewürgt wurde.
Friederike musterte Chris. „Bist du genauso betrunken?“
„Das kann ich mir nicht leisten. Ich habe morgen früh Rufbereitschaft.“ Er klang tatsächlich nüchtern; gut. So brauchte sie sich keine Sorgen zu machen.
Sie setzte sich neben den beiden auf einen Barhocker und begann ihren Oberschenkel zu massieren. „Ich habe dir auch etwas zu erzählen, Madeline: Ich habe wieder getanzt!“ Sie lachte über Madelines verblüfftes Gesicht.
Im nächsten Augenblick hatte Madeline die Arme um ihren Hals und drückte sie überschwänglich an sich. Sie weinte schon wieder. „Oh Großmama; wie mich das freut.“
Sie schluchzte und plötzlich stiegen auch Friederike die Tränen in die Augen. „Dann solltest du aber nicht weinen.“
„Kann ich dir helfen?“, unterbrach Chris sie mit leiser Stimme. Er berührte ihre knetende Hand. „Ich kann dich massieren. Deine verkrampften Muskeln lockern, wenn du nicht lieber nach Hause gehen und dich hinlegen willst.“
„Nach Hause?“ Sie lachte auf. „Nein, ich werde den Abend noch eine Weile länger genießen.“
Chris schob ihre Hand beiseite und machte sich ans Werk. Er hatte es offensichtlich gelernt wie ein richtiger Masseur.
Madeline wischte sich die Tränen ab. „Ich freu mich so für dich. Wie hat Großpapa sich angestellt?“
Friederike zog ein Gesicht. „Den ersten Tanz mit deinem Großvater habe ich noch vor mir. Dein alter Freund Robert hat mir die Ehre gegeben.“
Madeline blieb der Mund offen stehen. Als sie ihn wieder zuklappen konnte, sagte sie: „Das glaub ich nicht. Das glaube ich einfach nicht.“
„Dies ist eine Nacht der Wunder. Hab ich recht, Chris?“
„So kann man es sehen.“ Mit einer Hand zog er Madeline sanft an sich.
Sie wandte sich ihm zu und küsste ihn ungeniert. „Eine wunderbare Nacht.“
Friederike rutschte vom Hocker. „Ich will diesen ersten Tanz mit George nicht verpassen. Bring sie nach Hause, Chris. Madeline gehört ins Bett.“
Madeline zog einen Flunsch. „Aber ...“
„In welches auch immer.“ Sie zwinkerte den beiden zu. „Dein Großvater denkt sowieso, dass du dort längst angekommen bist. Pass auf sie auf, Chris.“
Rumba. Sie schwenkte einmal die Hüften, bevor sie sich auf den Rückweg in den Tanzsaal machte.
Robert hatte eine andere Tanzpartnerin gefunden; also hatte er sich doch getraut. Auf seinem Platz an ihrem Tisch saß Werner Heinemann, der Vereinskassierer. Dem sorgenvollen Gesicht nach zu urteilen, in ein ernstes Gespräch mit George vertieft. Konnte sich der Mann nicht einmal entspannen und aufhören, das nicht vorhandene Geld zu zählen?
Der französische Klavierspieler, Gaston oder wie er hieß, begann eine Milonga von Astor Piazzola. Viele verließen daraufhin die Tanzfläche; die Milonga gehörte nicht zum offiziellen Tanzprogramm. Noch immer machten sich wenige im Verein die Mühe, über den Tellerrand hinauszuschauen: Ehrgeiz statt Spaß trieb vor allem die Latein-Formation. Und die Turniertänzer erst! Der Tanzclub Lietzensee sollte lernen, dass er sich von anderen Tanzvereinen unterscheiden musste, wenn er Bestand haben wollte. Der Square Dance war ein guter Anfang gewesen, aber eben nicht mehr als das.
Allerdings kein Thema für jetzt. Sie stellte sich hinter Werner und legte eine Hand auf seine Schulter. „Wo hast du deine Frau gelassen?“
„Ich habe keine Ahnung.“ Seine Stimme klang noch gruftiger als normalerweise. „Sie hat darauf bestanden, dass wir getrennt kommen. Und nun kann ich sie nicht finden.“
„Vielleicht ist sie in der Disko bei den Kids?“
„Christina? Niemals!“ Er schüttelte den Kopf. „Warte ich halt, bis die Masken gelüftet werden.“ Ach, so war das: Er kannte ihr Kostüm überhaupt nicht.
Sie lauschte nach der Milonga, dann wandte sie sich an George. „Gleich kommt unsere Rumba.“ Sie freute sich wirklich unbändig. Und sie freute sich noch mehr, als er aufstand, seine Jacke zuknöpfte und ihr seinen Arm entgegenhielt. Wie in alten Zeiten. So lange hatte sie geglaubt, dass sie dies nie wieder erleben würde.
„Du tanzt, Friederike?“ Schock und Unglauben standen in Werners Gesicht.
„Da staunst du, was?“ Sie nahm Georges Arm und reckte sich zu einem Kuss auf seine Wange. „Dies ist eine Nacht der Wunder.“
Werner seufzte, offensichtlich unfähig, ihr Glück zu teilen. „Ich könnte auch eines gebrauchen. Für die Vereinskasse. Oder wenigstens einen potenten Sponsor.“
Im Gehen streifte sie George, als sie ihre Hüften ein wenig hin und her bewegte, um ihr Becken für die Rumba zu lockern. Sofort blieb er stehen; aber als sie ihn vergnügt anlächelte, zog er sie an sich. „Beinahe wie früher.“
Er tanzte enger als sich für eine Rumba gehörte, aber sie war seines Grunds nicht sicher und darum mochte sie nichts dazu sagen.
Er dirigierte sie mit nachdrücklichen Bewegungen, wie sie es von ihm gewohnt gewesen war. Aber er war deutlich steifer als einst; natürlich. Nach all den Jahren, in denen auch er kaum getanzt hatte. Mit Robert zuvor hatte sie sich in größerer Harmonie bewegt. Aber es war nicht nur das, was den Gleichklang erschwerte. Nach einer halben Saalrunde begriff sie es: George schien vor allem darauf bedacht, die Erinnerung an ihre alten Schrittfolgen wieder hervorzukramen und achtete erst in zweiter Linie darauf, dass sie ihren Spaß hatten. Sein verflixter Ehrgeiz. Wie oft hatte er sie damit zur Weißglut getrieben, auch wenn er sie erst dadurch zu ihren großen Leistungen geführt hatte.
Sie versteifte sich unwillkürlich, brachte aber ein Lächeln für ihn zustande. „Es ist ganz genau wie früher!“
Er stutzte und dann schien er zu begreifen; er grinste zurück. „Und wie früher wartest du bis zum Geht-nicht-mehr, bevor du den Mund aufmachst.“ Er blieb stehen und wurde ernst. „Aber eins ist jetzt anders. Ich will nicht, dass du dich anstrengst.“ Mit seinen Lippen streifte er flüchtig ihre Wange. „Ich bin zu alt, um dich auf Händen zu tragen.“
Sein Alter war wohl kaum der Grund für die Distanz gewesen in den letzten Jahren, aber an diesem Abend wollte sie keine Bitterkeit aufkommen lassen. „Dann brauche ich wohl jemanden Junges wie diesen Robert. Übrigens ist er wirklich gar kein schlechter Tänzer.“
George nahm den Takt wieder auf und sie tanzten weiter. „Madeline war dumm, ihm den Laufpass zu geben. Sie hätte eine Menge mit ihm erreichen können.“
„Vermutlich werden wir auf unsere Urenkel warten müssen, bis wir wieder Turniertänzer in der Familie sehen.“
„Das werden wir dann nicht mehr erleben!“ Er ließ ihre Hüfte los und schickte sie in eine langsame Drehung. Dabei beobachtete er wachsam ihren Gesichtsausdruck. „Ist es dir auch nicht zu viel, Rieke?“
„Aber nein. Es ist alles wunderbar.“ Sie legte ihre Arme um seinen Hals und drückte ihr Gesicht an seines. „Ich fühle mich wie ein junges Mädchen.“
Er runzelte die Stirn. „Deswegen musst du dich aber nicht gleich wie eines benehmen. Wir fallen auf.“
„Alter Griesgram.“ Sie lachte. „Natürlich fallen wir auf! Wie viele von den Vereinsmitgliedern hier haben uns schon einmal miteinander tanzen sehen?“
Er sah sich um. „Niemand!“ Nach der nächsten Drehung blieb er stehen und sprach das Paar an, dem sie damit den Weg versperrten. „Da wundert ihr euch, was?“
Die ihn gehört hatten, lachten. Und dann bildeten die Paare um sie herum einen Kreis. Für einen Moment hielt sie die Luft an. Eigentlich war das erschreckend, aber es konnte tatsächlich zu Georges Ansehen beitragen, dass ihn die anderen tanzen sahen. Von den jungen Leute mochte manch einer glauben, er könne es längst nicht mehr.
Als der Tanz zu Ende ging, begann sie ihr Bein wieder zu spüren; aber um nichts in der Welt hätte sie das preisgegeben. Sie strahlte erst die Umstehenden an und winkte, als sei sie wieder bei einem Turnier; dann strahlte sie George an. So gut gelaunt und entspannt hatte sie ihn schon lange nicht mehr erlebt. Was mochte sich alles darauf aufbauen lassen!




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#SampleSunday:"Flirt mit einem Star"

Ein Tanzroman aus der Reihe  "Quick, quick, slow - Tanzclub Lietzensee"



Tanja Walters‘ heimliche Liebe ist ihr Square Dance-Partner Micky Hasloff. Doch als die Tänzer für einen Western engagiert werden, flirtet sie mit dem Star des Films, Manolo Rioja. Aus Eifersucht sabotiert Micky den Dreh. Ein Treffen mit Rioja und dessen Ehefrau überzeugt ihn, dass nicht der Star ihm im Weg steht, sondern seine eigene Furcht. Wagt Micky nun, Tanja seine Liebe zu offenbaren?.

1

Tanja Walters schreckte mit ihrer abgefahrenen Fahrradklingel zwei Elstern auf, die sich auf dem Radweg um einen glitzernden Fetzen Stanniolpapier zankten. Das Papier blieb liegen, als die beiden in die Kastanie vor dem Festplatz am Zehlendorfer Hüttenweg flüchteten.
Tanja stieg ab und schloss das Fahrrad an einer Straßenlaterne an. Dann bückte sie sich nach dem Stanniol und warf es in den nächsten Abfallkorb. Das hatten sie nun davon!
An jedem Karussell spielte eine andere Musik; die Betreiber versuchten anscheinend, einander zu übertönen. Dachten sie, wer am lautesten war, lockte die meisten Leute an? Der verführerische Duft nach Gegrilltem kam ihr entgegen. In einer Gasse, in der Barbecue-Buden mit Mais, Grillrippchen, Steaks und amerikanischem Bier standen, drängten sich die Festbesucher. Sie kam zwar gerade vom Mittagessen, aber sie hätte sich trotzdem wenigstens ein Rippchen gekauft, wenn die Schlangen vor den Essensständen nicht so lang gewesen wären.
Für sie als Square Dancerin war das Deutsch-Amerikanische Volksfest geradezu ein Muss. Und sie liebte es. Das echte Amerika konnte sie sich frühestens leisten, wenn sie mit dem Architektur-Studium fertig war.
Am Riesenrad traf sie den ersten aus dem Tanzclub Lietzensee: Norbert Kaminski stieg mit seinem zwölfjährigen Sohn Oliver aus einer Gondel.
„Tanja, Tanja!“ Oliver hüpfte auf sie zu. „Fährst du Geisterbahn mit mir?“
„Wieso ich?“ Sie grinste Norbert an. „Fürchtet sich dein Vater?“
Oliver zog die Mundwinkel nach unten. „Nein. Deswegen macht es mit Papa keinen Spaß. Er tut nur so.“
„Dann musst du noch mal wiederkommen, wenn deine Mutter dabei ist. Ich grusele mich auch nicht.“
„Das geht nicht.“ Plötzlich sah Oliver aus, als würde er gleich in Tränen ausbrechen.
Norbert zog warnend die Augenbrauen hoch. Da war sie wohl in ein Fettnäpfchen getreten. Und sie hatte gedacht, Norberts Scheidung wäre einvernehmlich gewesen.
Sie legte ihren Arm um Olivers Schultern. „Dann verdonnern wir Chris dazu. Komm, wir gehen ihn suchen.“
Mit den anderen aus ihrer Square Dance-Gruppe waren sie in der „Main Street“ verabredet. Hier hatten sich die Budenbesitzer auf Country Music geeinigt. Sehr vernünftig! Ein wenig leiser war es auch. Tanja sang mit, was sie kannte, während sie nach den Tänzern Ausschau hielten.
Chris Rinehart, der amerikanische Caller der Gruppe, stand neben Tanjas Partner Micky Hassloff an einer Schießbude. Chris war in Zivil gekleidet, während Micky vom Stetson bis zu den hochhackigen Stiefeln wie ein Cowboy aussah. Ein äußerst echt aussehender Cowboy: muskulös und braungebrannt, als würde er tatsächlich das ganze Jahr über Rinderherden hüten. Selbst die sandblonden Haare wirkten wie von zu viel Sonne gebleicht. Dabei saß er Tag und Nacht in der TU vor den dämlichen Computern.
Chris erklärte ihm die Bedienung eines Luftgewehrs und der Schießbudenmann verfolgte das Tun der beiden mit offensichtlichem Unwillen. Aber dann wurde er von einem älteren Mann mit Sombrero und befranstem Trapperhemd abgelenkt und wandte sich von ihnen ab.
Sie ging näher und wies dann auf den Inhaber. „Der hat wohl Angst, dass Micky ihm die Bude abräumt.“
Micky drehte sich um. Das Blau seiner Augen wurde intensiver, als er sie ansah. Dunkel wie ein See, in dem sie versinken könnte. Was für ein alberner Gedanke! Ertrinken würde sie; sie konnte überhaupt nicht schwimmen.
Sie stützte sich mit einem Ellenbogen neben ihm auf den Tresen und hoffte, dass sie cool wirkte.
„Tanja, was soll ich dir schießen?“
„Mir? Tja ... Kein Stofftier jedenfalls. Ich habe schon hundert Stück. Mindestens.“ Sie blickte vom Laufband mit den vorbeirollenden Zahlen zu den ausgestellten Gewinnen hoch und wieder zurück zum Laufband. „Kannst du überhaupt vorher wissen, was du erwischst?“
Chris lachte. „Irgendwas wird er schon treffen.“
„Irgendwas ...“ Es war alles Schnickschnack, was da aufgereiht war. „Können die einen nicht was Nützliches gewinnen lassen?“ Vielleicht sollte sie Micky besser gleich sagen, dass sie an nichts davon interessiert war. Aber er hatte seine Schüsse wohl schon bezahlt. Er sollte auch nicht denken, dass sie nichts von ihm haben mochte.
„Das ist hier das Deutsch-amerikanische Volksfest!“ Micky schwenkte das Luftgewehr. „Hier geht es nicht um Nutzen, sondern um Völkerfrieden. Oder so ähnlich.“
„Völkerfrieden? Micky, du bist aus der Zeit gefallen: Die DDR gibt es nicht mehr.“ Wie immer, wenn ihm keine Entgegnung einfiel, bekam er rote Ohren. Es war so leicht, ihn aufzuziehen.
„Du meinst unsere Lebensart.“ Chris wies mit einer ähnlich großspurigen Geste wie Micky zur Gasse mit den Barbecues.
„Eure Lebensart? Pah!“ Sie grinste frech. „Ihr habt uns einfach unsere Quadrille abgeguckt.“
„Aber du musst zugeben, unser Square Dance ist viel lustiger als eure Quadrille. Deswegen ist die längst aus der Mode gekommen.“ Chris legte Micky eine Hand auf die Schulter. „Je länger du zögerst, desto unsicherer wirst du.“


Mickys Blick ging vom Laufband zu Tanja zurück. „Kann nicht sein! Mehr unsicher geht nicht.“ Insbesondere, wenn sie so dicht neben ihm stand, dass ihr Parfüm ihn benebelte. Als ob nicht ihr Anblick allein reichte, ihm den Atem zu nehmen. Ihre dunkelblonden Haare waren gerade wieder halblang gewachsen und mit jedem Windstoß streichelten sie ihr Gesicht. Dort, auf ihrer Wange, hätte er gerne selber seine Finger. Doch da war wohl nichts zu machen. Seit über drei Jahren tanzten sie nun zusammen, aber Tanja kam nicht einmal dann zu ihm, wenn sie mit ihrem Computer nicht klarkam.
Mit zusammengekniffenem Auge legte er das Gewehr an die Schulter, entschied sich für ein Ziel und schoss. Daneben. Was hatte er sich auch von Chris bequatschen lassen! Er repetierte und schoss ein zweites Mal, ohne erst lange zu zielen. Dieses Mal traf er. Er richtete sich auf und wischte sich die klammen Finger an der Hose ab. „Zufall.“ Wenigstens stand er jetzt nicht wie ein kompletter Idiot da.
Aber er hatte noch zwei Schüsse übrig, um sich zu blamieren. Er legte wieder an; beide Male traf er eine Zahl auf dem Laufband. Erleichtert grinsend legte er das Gewehr auf den Tresen und sah den Inhaber erwartungsvoll an. „Jetzt bin ich mal gespannt.“ Dessen finsterem Gesicht nach zu urteilen waren das ordentliche Gewinne, die er sich gerade erschossen hatte.
Tanja packte ihn am Arm und zog ihn zu sich herum. „Drei von vier Mal getroffen. Micky, du bist ein Naturtalent.“
Darauf wusste er nichts zu sagen. Verlegen wandte er den Blick zum Budenbesitzer zurück.
Und Chris setzte noch eins drauf. „Ich habe es doch gleich gesagt. Du schaffst, was du dir vornimmst.“
Sein Nacken wurde heiß; bestimmt errötete er jetzt. Er hielt den Blick stur auf den Inhaber gerichtet, der Gewinne hin und her räumte. „Der scheint nicht recht zu wissen, was er mir geben soll.“ Und lauter. „Junger Mann, darf ich mir etwas aussuchen oder wie ist das jetzt?“
„Einen Augenblick“, kam die mufflige Antwort. Plötzlich hatte der Mann keinen amerikanischen Akzent mehr, sondern einen Tonfall, der sehr hessisch klang.
„Trotz des Huts und der Klamotten: Das ist kein Amerikaner.“ Tanja feixte unverhohlen. „Amerikaner sind eindeutig großzügiger.“
Lachend klopfte Chris ihr auf die Schulter. „Ich fühle mich geehrt, Ma‘am.“
Der Inhaber der Schießbude bequemte sich schließlich, die Gewinne auszuhändigen. Natürlich war ein überdimensionales Stofftier dabei – eine rosa Ausgabe von Bugs Bunny.
Micky versuchte, es Oliver aufzuhalsen, aber der lehnte empört ab. „Rosa ist für Mädchen!“
Chris nahm ihm den Hasen schließlich ab; damit konnte Madeline ihre Großmutter beglücken. Der zweite Gewinn waren Seifenblasen; Oliver nahm sie gnädig entgegen. Der dritte Preis dagegen hatte einen gewissen Nutzen: ein Dampfbügeleisen. Aber wie konnte er so etwas Tanja schenken?
Sie packte es aus und betrachtete es von allen Seiten. „Für meine Mutter!“
„Meinst du, sie bügelt zum Dank meine Hemden?“
„Meine Mutter bügelt nie!“ Hochmütig reckte sie das Kinn.
Er starrte sie an. Dachte sie etwa, er hätte seine Frage ernst gemeint?
Lachfältchen kringelten sich um ihre Augen, als sie das Bügeleisen schwenkte. „Vielleicht fängt sie jetzt damit an.“ Sie zog ihn auf! Und er war wieder einmal auf sie reingefallen. Wie machte sie das bloß immer?
(...)
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28.7.13

#SampleSunday - Verjährt: Die Mühlen der Justiz


Luzern, 1824

Michael Corragionider Luzerner Stadtarzt, knallte dem Schultheiß eine schmale Akte auf den Sekretär. „Hier habt Ihr Eure Leiche, Herr Am Rhyn. Erwürgt. Der Mann war schon tot, als er in die Reuss fiel.“
„Ach, haben wir es diesmal akkurat?“ Karl Am Rhyn sah nicht auf, sondern schnitzte konzentriert an seiner Schreibfeder weiter. Dieser Bericht konnte warten; der tote Landstreicher hatte keine Eile mehr.
„Worauf wollt Ihr hinaus?“ Corragioni hob die Augenbrauen.
„Über den Schultheiß Keller konntet Ihr weiland keine Feststellung treffen.“ Am Rhyn beobachtete Corragioni aus den Augenwinkeln, während er fortfuhr. „Und gerade jetzt bekommen die Gerüchte neue Nahrung, mein Vorgänger sei nicht versehentlich in der Reuss ertrunken.“
Corragioni zuckte die Achseln. „Die tauchen mit jedem Toten auf, den wir rausfischen.“ Er schien auf eine Entgegnung zu warten, aber Am Rhyn legte die Feder weg und begann in der Akte zu blättern. Er hatte nicht die Absicht, seine Bemerkung näher zu erklären.
„Pfaffenbrut!“, murmelte er, als der Stadtarzt gegangen war. Dann rief er nach seinem Sohn, der ihm als Assistent diente. „Toni, hat der Amtmann von Glarus inzwischen nähere Auskünfte über diese Diebin geschickt?“
„Man schickt uns keine Auskünfte weiter, sondern die Weibsperson selber zur Einvernahme, und ihren Bruder auch. Es ist alles sehr dubios: Die Angaben, die dieses Mensch zu den Umständen der Tat gemacht hat, passen nicht zu dem, was wir dem Amtmann mitgeteilt haben.“

Sobald Clara Wendel im Gefängnis zu Luzern eingetroffen war, ließ der Schultheiß sie zum Verhör bringen. Er erwartete sie in einem ungeheizten Raum im Souterrain des Gerichtsgebäudes.
Der Landjäger führte ihm eine junge Frau in kurzärmeligem Trachtenkleid vor. Die braunen Augen hatten trotz der langen Haftzeit ihren Glanz behalten. Auch war das schwarze Haar sorgfältig zu einem langen Zopf geflochten. Nur eine aufgesprungene Lippe und ein bläulichgelber Bluterguss unter dem rechten Auge beeinträchtigten das ebenmäßige Gesicht.
„Sie hat gelogen“, fuhr Am Rhyn sie ohne Umschweife an. „Selbst der Dümmste fischt nicht des Nachts im Regen.“
Clara senkte den Blick. „Ich hab’ getreulich berichtet, was ich selber gehört habe über jenen Vorfall.“
„Sie hat angegeben, sie wäre damals dabei gewesen.“
„Aber ich kann mich nicht mehr recht erinnern. Was unterscheidet denn ein Kind, was es selbst erlebt und was ihm erzählt wird.“
„So kann es auch nicht unterscheiden, ob es wahr oder gelogen ist“, bemerkte der Schultheiß. Er erhob sich und ging um seinen Tisch herum. Dicht vor ihr blieb er stehen.
Clara wich seinem Blick aus und presste die Hände ineinander.
„Nun?“
„Hätt’ ich meinen eigenen Bruder angegeben, wenn’s nicht wahr wäre?“
„So erzähl sie mir doch einmal, wie es richtig war.“
„Ich hab’ schon alles gesagt, auf anderes kann ich mich nicht besinnen.“
„Dann werden wir ihrer Erinnerung aufhelfen.“ Der Schultheiß winkte dem Wachmann und dieser trat mit erhobenem Knüppel näher.
Clara schrie auf und hob die Arme vors Gesicht. „Schlag er mich nicht; ich sage ja, was ich weiß.“
Am Rhyn wandte sich zur Seite, griff nach seiner Pfeife, stopfte sie bedächtig und zündete sie an. Der Wachmann zog Clara den Knüppel zwei Mal über den Rücken. Sie wimmerte und fiel auf die Knie.
„Tu sie den Mund auf; dann hat sie Ruh“, sagte der Schultheiß, ohne sie anzusehen.
„Mich friert“, flüsterte sie. Sie hockte sich auf den steinernen Fußboden und schlang die Arme um die Knie.
„Welche ihrer Angaben sind gelogen?“, fragte Am Rhyn. „Denn gelogen hat sie.“
Der Wachmann hob erneut seinen Knüppel; Clara sah aus den Augenwinkeln zu ihm hoch und begann zu zittern. „Ich mein, da gab es einen Schneider, einen gewissen Joseph oder Aloys Meyer, der hat einen Groll wider den Schultheißen gehabt. Der Hansi war schon auf mehrere Tage in der Gegend und hat ausbaldowert. Ich mein, er wusste, worauf er wartet. Am nämlichen Tage bin ich mit der Mutter nach Littauen gegangen, wo wir ein Feuer gelegt haben. Danach sind wir zurück; der Hansi hatte auf uns gewartet und wir sind weiter. Und dann ist das eben passiert, wie ich’s berichtet hab.“
Am Rhyn legte die Pfeife beiseite, um ihre Reaktionen zu beobachten. „Was kommt sie jetzt mit einem Schneider?“ Das war eine Wendung, die ihm sehr gefiel. Sie mochte zu ganz neuen Erkenntnissen führen.
„Ich mein, der Hansi hat einen Anstifter gehabt. Was soll mein Bruder denn mit dem Schultheiß haben?
„Was soll der Schneider mit dem Schultheiß haben?“
Clara zuckte die Achseln und lächelte Am Rhyn ins Gesicht. „Ich mein ja bloß.“
„So hat sie sich das erfunden!“ Er trat so dicht auf sie zu, dass ihr sein Gehrock ins Gesicht schlug. „Wen deckt sie?“
„Ich hab alles angegeben, was ich weiß.“ Sie senkte den Kopf. Er verstand kaum, was sie murmelte. „Ich hab’s mir halt denkt. Einen Grund wird er doch gehabt haben, der Schneider.“
„Eben!“ Am Rhyn beugte sich vertraulich zu ihr herab. „Hatte der vielleicht auch einen Anstifter? Hast du einmal was gehört, dass du das meinen könntest?“
„Ich weiß nicht. Ich muss mich über diese Sache erst näher besinnen.“
„So besinne dich.“ Der Schultheiß ließ sie mit dem Wachmann allein.

Zum Abend war Am Rhyn von der Schwiegertochter zum Essen eingeladen. Er bemerkte kaum, was er aß und wartete nur darauf, sich mit seinem Sohn in die Bibliothek zurückzuziehen.
„Das Weib redet, was ihr in den Sinn kommt, aber dazwischen verrät sie manches doch.“
Toni warf ihm einen erwartungsvollen Blick zu, während er den Cognac und zwei bauchige Gläser aus einer Vitrine nahm.
Am Rhyn nahm ihm ein Glas ab und ließ sich einschenken. Er schnupperte am Cognac und lächelte. „Ich bin sicher, wir sind einem Komplott auf der Spur. Endlich werden wir erfahren, wie der Keller zu Tode kam.“
„Er ist ertrunken! Wir haben nie auch nur ein Indiz gefunden, dass an den Gerüchten etwas wahr sein könnte.“
„Und doch war es Mord!“ Am Rhyn stellte sein Glas so heftig auf den Tisch, dass der Cognac überschwappte. „Keller stand von Anfang an auf der Seite Napoleons und wehrte sich beharrlich dagegen, dass die Mediationsakte durch eine konservative Verfassung ersetzt würde. Er war unser Bollwerk gegen die Ultramontanen.“ Am Rhyn stopfte mit heftigen Bewegungen seine Pfeife. „Du hast nicht erlebt, wie Corragioni und der päpstliche Nuntius geiferten, wenn er die Restauration durch den Wiener Kongress verdammte.“
„Aber Kellers Tod brauchten sie deswegen noch lange nicht. Schau dir nur an, wie weit wir heute von einem Bundesstaat entfernt sind.“
„Warum hat der Papst den Nuntius so plötzlich zur Römischen Kurie abberufen? Er hat doch Testaferratas konservative Kirchenpolitik unterstützt.“
„Als Testaferrata abberufen wurde, hat Keller aber noch gelebt.“
„Na und? Die Pfaffen haben lange Arme.“ Am Rhyn schüttelte den Kopf. „Was bist du naiv.“ Konnte sein Sohn nicht mal zwei und zwei zusammenzählen?
„Nein, Vater. Ich glaube, du verrennst dich da in etwas, womit du dir am Ende nur selber schadest. Was willst du mit den Angaben einer Diebin, die zu Zeiten von Kellers Tod noch ein Kind war? Wenn du dich irrst, bekommen die Ultramontanen erst recht Oberwasser.“
„Ich irre mich nicht.” Am Rhyn erhob sich. „Wir brauchen nicht weiter zu reden. Du wirst schon sehen.“

Clara war bleich, als sie am nächsten Morgen wieder vorgeführt wurde. Ihre blutverkrustete Haube bedeckte nur halb eine frische Platzwunde am Haaransatz.
„Was hat sie zum Tode Kellers inzwischen anzuzeigen? Sprech sie nur frei heraus und schone niemanden.“
„Soll ich den Hergang noch einmal aufsagen?“
„Aber nein; da ist das eine oder andere Detail nicht von Bedeutung.“ Am Rhyn stand auf und schob Clara ans Fenster. Er legte den Arm um sie und wies auf das Patrizierhaus an der Reuss-Brücke, neben dem sich die beiden Zwiebeltürme der Jesuiten-Kirche im Wasser spiegelten. „Weißt du, wer dort wohnt? Hast du schon mal von jemandem gehört, der mit den Bewohnern zu tun hatte?“
Sie blickte vom Haus zur Kirche und wieder zurück. Dann schüttelte sie den Kopf. „Das sind feine Leute. Solche kenne ich nicht.“
„Dort ist vor acht Jahren eingebrochen worden.“
„Ich war gewiss nicht dabei. Aber für die meinigen leg ich nicht die Hände ins Feuer. Vielleicht fällt mir etwas ein, wenn der Herr Schultheiß mir sagt, was gestohlen wurde.“
„Hast du vielleicht einmal gehört, dass einer entdeckt wurde beim Einbruch und doch nicht angezeigt?“ Er beobachtete sie aus den Augenwinkeln.
„Ja freilich … Aber das kostet immer was.“
„Ist das deinem Bruder auch passiert?“
„Dem Hansi nicht, aber dem Sepp, was mein Schwestermann ist.“
„Was weißt du davon?“
„Das ist ein braver Kerl, der Sepp.“
Am Rhyn zog die Mundwinkel herab.
„Doch, doch“, beteuerte Clara schnell. „Vom Militär, wo er ein gutes Auskommen hatte, hat er seinen Abschied genommen, weil er den Kindern ein Vater sein wollte. Und klug ist er; der hat die halbe Welt gesehen.“ Sie blickte auf den Fluss, zerrte an ihrem Zopf. Dann sah sie Am Rhyn mit wachsamen Augen an: „Ich mein, wenn einer wo einbricht und der Hausherr entdeckt ihn und lässt ihn laufen, dann ist das doch kein Verbrechen gewesen?“
„Sofern einer nicht verklagt wird, kann man ihn nicht richten. Also erzähl.“
„Mehr kann ich dazu nicht sagen. Ich weiß es auch nur von der Barbara. Ganz verjagt sei er zurückgekommen, hat die Schwester gesagt.“ Clara lehnte den Kopf gegen das Fenster und schloss die Augen. „Einen Hunger hab ich.“
„Das wird sie gewohnt sein. Erzähl sie, was sie gehört hat.“
Sie sank auf den Boden. „Mir ist ganz elend.“
Der Schultheiß ließ sich nicht beeindrucken. „Wenn ihr wieder etwas eingefallen ist, so reden wir weiter.“ Er wandte sich zur Tür. „Mahlzeit“, grüßte er den Wachmann im Hinausgehen. 
(...)
  


Verjährt. Historische Krimi-Kurzgeschichten.
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